MIO PADRE, FRANCO BERALDO - di Michele Beraldo

 
 


Mio padre si trasferì ancora bambino da un piccolo paese della campagna veneta, dove era nato nel 1944, per risiedere con i genitori a Mestre, città industriale che cominciava a contornare con la propria desolata periferia di fabbriche le acque, a quel tempo ancora pulite, della laguna di Venezia. Per diverso tempo ebbe nostalgia di Meolo, lo confortava, tuttavia, il ricordo indelebile del tempo trascorso a contatto con la natura, i campi e la vita lontana dalla città.
Da ragazzo cominciò presto a dipingere imitando, quasi che il ripercorrerle fosse una necessità, le sacre iconografie bizantine su tavola.
Ad una propria fisionomia artistica giunse più tardi frequentando con assiduità lo studio di un anziano pittore veneziano, Guido Carrer, la cui limpidezza nel tratto pittorico e l’uso sapiente della luce avrebbero non poco inciso nella conversione di mio padre, quando decise di abbandonare le icone anticheggianti per diventare, oltre che gal-lerista, anche pittore.
Nel correre, bambino piccolo com’ero, da una stanza all’altra della vasta galleria che oggi è il suo studio e atelier, mi concedevo il divertimento maggiore tuffandomi a testa in giù su un largo divano da centro dove mia madre sedeva tenendo tra le dita una sigaretta, mentre mio padre, scocciato da tanto giocare, premeditava d’eliminare – come poi fece – l’ingombrante catafalco anni settanta che era la giostra mia e di mio fratello.
D’estate si andava in Sardegna, prima che diventasse meta di turismo mondano; in spiaggia ci si contava e si era quanti più o meno entravano a vedere da mio padre i Rauschenberg e la Pop Art americana. Si era di fronte all’isola di Tavolara, che divenne nel tempo elemento archetipico nella pittura paesaggistica di Beraldo, posta com’era solitaria e glaciale, perché priva di alberi, al largo di una spiaggia, il cui mare limpido e lentamente degradante lambiva e rispecchiava in lontananza.
Da quell’isola, che tanto somigliava ad un iceberg alla deriva, mio padre partì per Copenaghen, invitato ad esporre nella metà degli anni ottanta presso l’Istituto di Cultura Italiano in Danimarca. Era stato segnalato da una signora anziana che traduceva opere teatrali italiane in danese, a cui dell’Italia era rimasta impressa la solarità mediterranea della pittura di un ancor giovane artista veneto. Di quel periodo, il lungo viaggio, la permanenza e il ritorno atteso, ho il ricordo di una racchetta da ping-pong made in Denmark e l’immagine della zazzera imbiancata dell’ammiratrice delle opere di mio padre, così simile di aspetto a una dolce vecchietta uscita dalle fiabe di Andersen.

In seguito ci furono altre estati in Sicilia, isola di pregnanza simbolica maggiore e turisticamente meno in voga della Sardegna, lì dove ancor oggi nel solstizio d’estate mio padre insegue, come uno smarrito Ulisse moderno, la sua mitica e classica Itaca immaginandone l’esistenza al largo di Tindari, tra Vulcano e Lipari.
Un giorno, quando già parte della galleria era stata sacrificata allo studio, trovai un signore che maneggiava cazzuola e frattazzo come se dovesse intonacare la parete. Si trattava, come solo in seguito ebbi a sapere, del pittore Paolo Scarpa, assistente nello studio di Bruno Saetti, che trasmetteva a mio padre, come un sapiente e benefico folletto, la difficile tecnica dell’affresco. Da quel periodo Beraldo rivestì il suo patrimonio d’immagini, da tempo per-sonali e riconoscibili, con la tecnica più classica e antica del “buon fresco”. Dovendo scegliere tra le numerose esposizioni in Italia e i molte città d’Europa, tra i frequenti riconoscimenti e menzioni della critica per la pittura di mio padre, in queste poche righe biografiche mi è caro ricordare l’emozione per il Premio Burano di pittura del 1981.