Franco Beraldo  
   
 
 
 
La Critica
 
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STEFANO ANNIBALETTO

Finché si pensò che la Terra fosse piatta, nell'immaginario comune i mari - raggiunti i suoi bordi estremi - precipitavano nel vuoto con assordante fragore. Non sappiamo dove si schiantassero quelle acque, ma i marinai rifiutavano di navigare allontanandosi troppo dalla terraferma. L'idea di un mondo incapace di contenere i suoi liquidi e i suoi corpi cozza contro la nostra logica e la nostra conoscenza. Eppure quella superficie, oggi insufficiente, possedeva aree inesplorate dove si riteneva vivessero leoni, e per molti secoli fu abbastanza estesa e misteriosa da poter ospitare mitologie universali, ancora in grado di dialogare con le nostre vite, e archetipi entrati in un inconscio collettivo tuttora palpitante. In fondo pure tutta la storia della pittura, fino ai collages cubisti di Picasso e Braque, si svolse in una compressa porzione di spazio. Lucio Fontana ebbe l'ardire di sventrarla. Ugo Mulas lo fotografò nel 1965 in una celebre serie di scatti: l'artista punta la lama del cutter sulla tela, il braccio è teso e l'occhio immobile come di un chirurgo che sta per farsi strada verso la tagliente verità della cura. Non c'è questo spietato rigore nelle carte che Franco Beraldo allestisce da qualche tempo a questa parte. Fogli preparati con larghe passate di una tempera molto diluita e pertanto poco coprente, che si incrociano con direttrici regolari e il contrappunto di un dripping misurato e discreto. Le tinte sono quelle vive della sua tavolozza recente, i rossi, i gialli e i blu brillanti mutuati (assieme alla liquidezza e alla trasparenza) dalla lavorazione del vetro di Murano. Beraldo strappa queste carte (scompone la linearità del testo dipinto) e le accosta in nuove combinazioni, con un gioco strutturalista che ricorda le ricerche metanarrative di Italo Calvino. A volte le tessere si sovrappongono, a volte i frammenti prendono forme differenti e disegnano inedite geometrie sul fondo. Una simile, gioiosa “pittura con le forbici” ridiede voce a Matisse nell'ultimo, fecondissimo periodo della sua vita. Dopo la malattia, spesso costretto a letto, con i suoi “gouaches découpés” l'artista creò attorno a sé “un piccolo giardino dove camminare”. Con un'analoga spinta finzionale Beraldo crea le quinte di intimi mondi possibili: costruisce con i suoi ritagli dei paraventi a fisarmonica di cui circondarsi, pitture pieghevoli, da raccogliere in albi, da portarsi in viaggio, carte perfino umili nella loro sincerità ma vive, tese tra lacerazione e bellezza, inespugnabili nell'idealità del loro racconto generativo e proprio per questo incuranti dei loro confini. Si legge sottotesto la sensibilità paesistica che Beraldo ha dominato per tutta la prima, lunga fase della sua attività, quella economia morandiana espressa nelle forme semplici, nelle terre spente, nella luce uniforme assimilata durante i lunghi soggiorni siciliani. Nei primi anni del Duemila era già esplosa in un colorismo ricercato ed entusiasta. I volumi erano diventati astratti, i contorni erano diventati segni, le masse erano diventate campiture lavorate per strati sovrapposti con un ductus gustoso ed evidente. Emozionano, come tutti i riti di passaggio, quei lavori in cui la pittura di genere, per quanto personale, comincia a franare verso una libertà non ancora compiuta ma già consapevole. Le grandi tele di quegli anni vibrano di una pulsione controllata ma continua; negli agganci ad altre esperienze talvolta condivise con gli artisti veneziani della sua generazione, fin dall'inevitabile omaggio ad Afro Basaldella, quelli di Beraldo sono sforzi eleganti, spesso perfetti, di raffinare il linguaggio verso una pulizia formale che è anche e soprattutto una castità dello sguardo. Ora la tempera smagrita ha fatto affiorare il bianco. Di sottrazione in sottrazione, la carta traspare dal pigmento e in alcuni lavori oggi Beraldo innesta una linfa nuova in certe atmosfere evocate in passato dagli spaziali veneziani: dal bianco escono masse di marroni terrosi, abissi d'azzurro, cunei di carminio. Mondi di un estremo naturalismo in cui il rimando organico del colore fa rivivere gli antichi e mai dimenticati paesaggi. La luce prende il sopravvento, anche quando è messa in scena la sua assenza: da poco è apparso un ciclo di neri, neri gentili ma decisi, vellutati e pensosi. Rinunciare alla veduta, alle forme, alla pasta cromatica, alle tinte, ai segni, richiede coraggio. Scarnificare il proprio discorso espone la nudità delle intenzioni più vere. Beraldo crede senza riserve nella pittura.