Franco Beraldo  
   
 
 
 
La Critica
 
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MARCO GOLDIN

Un moderno pellegrino.

Ormai senza più peso, allontanata e liberata da qualsiasi vincolo terrestre, sciolta in un vasto cielo che tutto avvolge ed entro sé comprende: è questa la realtà di Franco Beraldo, quella stessa che egli viene evocando nelle sue tele e nei suoi affreschi, che sono un canto infinito di un’altrettanto infinita nostalgia che si sostanzia di sogni continui, come nei versi ungarettiani che così bene si accordano:

Ho sognato

stanotte

una

piana

striata

d’una

freschezza

In veli

varianti

d’azzurr’oro

alga

E tutta la pittura di Beraldo è, in effetti, la registrazione di un lungo cammino su un grande pianoro azzurro, in un’aria di abbacinato e perenne mezzogiorno, dove tutto si rapprende in una sorta di eternità senza tempo. E quando forzatamente si deve interrompere il cammino, perché la terra brucia ed il sole incalza, ecco che il pittore sceglie di ripararsi un momento, e di scrivere, con il privilegio della distanza, una storia di solitudini e di silenzi, di paesaggio abbandonati, nei quali l’uomo a fatica potrebbe entrare. Par quasi che il privilegio del pittore sia quello di raccontare quanto, in realtà, andrebbe dimenticato, e dimenticato perché mai conosciuto.

E questa dimensione quasi oracolare dell’arte di Franco Beraldo va ad unirsi a quella cadenza magica che sempre si riflette dalle sue tele, dai suoi affreschi. Viene da pensare che entro questi luoghi mediterranei, dentro e al di là di questi cieli incombenti, via sia spazio solo per pochi e segreti abitanti, e che la terra si sia trasferita altrove. Il mondo di Franco Beraldo è attraversato da un raggio di luce pura, non contaminata mai dalla ferialità degli eventi. Anzi, quella di Beraldo è una quotidianità mitica, bloccata una volta per sempre e non assolutamente mutabile.

Allora forse nemmeno il tempo esiste più, o non è mai esistito, se, come scrisse Lucrezio, “il tempo non esiste per sé, ma dagli eventi trae senso passato presente futuro. Nessuno lo sente sottratto al moto degli oggetti e alla loro tranquilla quiete”. Beraldo ha creato un suo universo che si origina da una realtà che è assoluta prima ancora di poterne avere le sembianze. Il dato oggettivo, quel fascinoso e integrante motivo delle coste mediterranee, è il punto di partenza per un’avventura che si sviluppa poi in un personalismo lungo mentale, che, senza sosta, occhieggia alla felicità del paesaggio, tuttavia mantenendo sempre, e per definizione quasi, una nota di lancinante e dolorosa purezza.

Ed è proprio in questo che risentiamo le radici neo-quattrocentesche della pittura di Beraldo, che avvicina nella ricostruzione formale dell’immagine, nella scansione aritmicamente cadenzata delle lunghe strade assolate digradanti verso il mare, quelle stesse stradine che sembrano uno scabroso itinerario montaliano. Ma sono poi, e più ancora, le finestre aperte sulle case lontane solitarie, i davanzali con le fruttiere ad indicarci come tutto un patrimonio di silenzi immemorabili abbia sedimentato in modo esemplare.

Non è un caso, infatti, che dal quattrocentismo pierfrancescano, secondo l’esatta indicazione critica di Paolo Rizzi, si passi ad una sorta di neo-metafisica, che non ha, però, la cristallizzazione assoluta dechirichiana, e che trova invece una mediazione possibile nelle distese vedute lagunari di Virgilio Guidi. Entro questi segnale intensissimo, Beraldo colloca la sua disposizione ad accogliere le atmosfere della pittura novecentista, in special modo di Giorgio Morandi, che è presente come un nume tutelare in molte delle sequenze di questo viaggio ininterrotto. Ed è allora proprio qui che scatta la sua originalità, nel frantumare lo schema di questa pittura colta per inserirvi, invece, una nota di toccante nostalgia che si accende vieppiù il sogno delle distanze.

 

Marco Goldin  Roma 1995