Franco Beraldo  
   
 
 
 
La Critica
 
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LUCIA FERRAGUTI

C’è del nuovo nella pittura di Franco Beraldo. Anzi, una diversa pittura: lungo il percorso della ricerca ha da tempo lentamente preso forma ed è cresciuta fino ad ora. Di più: è l’arrivo di nuove forme astratte o quasi del tutto tese verso l’astratto. Ecco: forme e immediatezza di rari segni tali da richiamare delle indicazioni di fresche memorie.

   Torniamo quindi indietro, per arrivare ai tempi del suo viaggio all’interno della pittura e alla luce che lo ha sostenuto lungo il meditato itinerario, fino all’avvio dell’attuale orientamento. “Ho sempre avuto la consapevolezza di non cadere nel tranello della netta contrapposizione tra astratto e figurativo” e questo fin dalla metà degli anni Sessanta, dove si riscontra l’inizio dell’impegno per una forma che si protrae negli anni.

   È l’energia creativa, rimasta intatta e tracciata sul pensiero svelato dalle parole, a dare un peso diverso alle singole opere, mentre costituisce l’antecedente al quale Beraldo è rimasto sempre fedele. Sono lavori compresi tra la prefazione, il sereno percorso e l’arrivo odierno in dipinti legati tra loro da relazioni interne, in una pittura di paesaggi e di nature morte.

   Ed è certamente una stagione intensa, quella che lo ha portato a dipingere nell’incontro, non per citazione, ma probabilmente per richiamo d’approfondimenti, o per un sentimento di rifugio, una specie di metafisica sospensione di cieli azzurri, alti orizzonti, rocce giallo-verde quasi spento, alberi su mute case, che risaltano immerse nell’aria immota: costruzioni articolate nell’indirizzo classico in un perfetto incastro ammorbidito da penombre. Sono paesaggi silenziosi calati in una luce sommessa accordata sull’armonia di minime varietà tonali.  E c’è un’intenzione: fissare l’orizzonte, selezionare un particolare del paesaggio, trasferirlo in visione pittorica secondo l’intonazione poetica di semplicità e concretezza.

   E naturalmente, anche le alzate di frutta in composizione di pochi torniti oggetti, che Beraldo sceglie e stringe come presenze umane, sono impaginate sulle tele per essere così chiuse plasticamente in una sintesi al centro perfetto di un quadro.

   Poi guardando, ci si accorge ancora una volta che nella natura morta, come del resto nei dipinti di paesaggio grandi e piccoli, entra la conferma della misura, ed ancor più la semplificazione delle forme, sull’indirizzo di un progetto di rigore, che non poteva nell’integrità degli intenti durare per anni ancora.

   Oggi è il momento di nuove opere. Il segnale è in questa inaugurazione di tele ed è il paesaggio ad avviare la recentissima pittura.

  Un avvio del tutto diverso trasforma davvero la produzione della quale Beraldo conosce per di più il segreto disegno, l’estensione concreta delle precedenti composizioni.

   Una concentrazione di opere ancorate al tema della superficie: quel che ancor più conta nella continua serie di lavori, è che Beraldo disarticola il precedente assetto di pittura, che ha la novità, nella perdita dello spessore, d’inventare  e di sviluppare, nelle superfici un ritmo compositivo geometrico d’incastri e di archi e, soprattutto, di contaminare sovrapposizioni, nella presenza qui sì più rara, di un segno attivo.

   In ogni caso, la visione di riquadri e campiture si ricompone nell’evocazione di un pensiero di forma sotteso, di certo costruito più da tasselli, per quanto in alcune di queste tele resista una lontana immagine del reale.   

   In queste opere e in altre dall’intenzione più totalmente astratta Beraldo cambia davvero la voce del colore. E introduce nelle tele lo splendore, quasi a rivelare più profondamente le motivazioni di una dipingere diverso: e sono soprattutto lì, nel ciclo dal titolo Paesaggio le stesure macchiate di azzurro o l’impennata dei rossi dal valore di cielo.

   Non più aderenza al naturale.

   Adesso Composizioni e Angelo rosso nel paesaggio, accentuano ancor più le promesse astratte. Le superfici, tramite il colore fluido ed acceso commentano una diversa materia: assorbono una luminosità variamente dosata, mentre trasformano la memoria in sogno.

   Lo sperimenta, certo,  Beraldo in questa pittura, che diventa a sorpresa modulata visione, dove la luce che già insegue il colore – l’incandescenza del rosso, la maestà del cobalto, la pressione del rosa, i trepidi bianchi, la sonorità dei gialli – risulta evocativa, di tela in tela, dell’emozione.

 

 

                                                                                              Maria Lucia Ferraguti